The Widgipedia gallery
requires Adobe Flash
Player 7 or higher.

To view it,

DDA international

Benvenuto, qui troverai molti consigli utili per te e il tuo pc, se sei anche uno studente visita le nostre sezioni apposite!

da ora puoi anche visitare la nostra sezione telefilm in cui gustarti le migliori serie tv! buon divertimento!


LE VERSIONI DI LATINO (disposte a random) CL.2

Diversità dei doveri secondo l'età

 

Non eadem sunt officia omnium aetatum, sed alia iuvenibus, alia senioribus exercenda sunt. Nunc, eum de officiis universis dicturi simus, pauca de hac distinctione nobis dicenda sunt. Adulescentibus maxime senes verendi sunt atque, cum aliquid suscepturi sunt, deligendi ex iis optimi, ut eorum consilium et auctoritatem sequantur. Nam imperitia et inscitia iuvenum regendae erunt senibus, qui longa aetate omnium rerum usum (esperienza) adepti sunt. Adulescentium prima aetas a libidinibus arcenda est et exercenda in laboribus et animi et corporis atque in bonarum artium studiis. Atque etiam cum animos relaxaturi et refecturi sunt ut se iucunditati tradant, maxima temperantia iuvenibus adhibenda erit et verecundia servanda. Senibus autem labores corporis minuendi sunt; animi exercitationes augendae. Nam inter omnes constat quantum civibus et rei publicae eorum prudentia profutura sit.

 

I doveri non sono gli stessi di ogni età, ma alcuni devono essere svolti dai giovani,altri dai vecchi. Ora,dovendo noi parlare di tutti quanti i doveri,dobbiamo dire poche cose intorno a questa distinzione.I giovani devono rispettare moltissimo gli anziani e,quando stanno per fare qualcosa, devono scegliere i migliori di loro,affinchè seguano i loro consigli e il loro esempio. Infatti l'inesperienza e l'ignoranza dei giovani devono essere guidate dai vecchi, i quali ,per l'età avanzata, hanno conseguito esperienza di tutte le cose. L'adolescenza dei giovani dev'essere protetta dalle dissolutezze e tenuta occupata nelle fatiche della mente e del corpo e nell'esercizio delle buone qualità. E inoltre, quando stanno per svagarsi e per recuperare le forze al fine di darsi al divertimento,i giovani devono usare grandissima temperanza e mantenere riserbo. Invece, i vecchi devono ridurre le fatiche fisiche;devono accrescere gli esercizi della mente. Infatti a tutti è chiaro quanto la loro saggezza gioverà ai cittadini e allo Stato.

Optimum Mori

 

De Cleobi et Bitone Argivis, iuvenibus pulchris et fortibus, qui saepe Olympiae vicerant, haec fabula commemoratur. Apud Argivos solemnis Iunonis dies celebratur; itaque duorum adulescentium mater, Iunoinis cum esset sacerdos, ad deae templum erat ascensura; at boves, quibus currus vehendus erat, nondum pervenerant. Ipsi igitur adulescentes per quadraginta quinque stadia usque at templum currum vexerunt. Quorum adulescentium pietatem Argivi valde laudaverunt et mater petivit a dea ut, pro tanta pietate, quod hominibus optimum esset filiis suis donaretur. Post precem et sacrificium iuvenes, cum in templo obdormivissent, numquam postea experrecti sunt.(<<si svegliarono>>)

 

Questa favola è riferita a Cleobi e Bitone di Argi, giovani forti e belli, che avevano vinto spesso ad Olimpia. Presso gli Argivi sono celebrati i giorni solenni di Giunone; perciò la madre dei due ragazzi, poichè era sacerdote di Giunone, doveva salire al tempio della dea; ma i buoi, con i quali il carro doveva essere trasportato, non erano arrivati. Perciò i ragazzi trasportarono il carro per gli stessi fino al tempio per 405 stadi. Gli Argivi lodarono molto il sentimento religioso dei ragazzi e la madre cheise alla dea che, a causa di tanta devozione, le sia donato che i suoi figli fossero i più bravi tra tutti gli uomini. Dopo la preghiera e il sacrificoi dei giovani, dopo che si addormentarono nel tempio, non si svegliarono mai più. 

Parole di curione ai soldati

 

"Caesar me, quem habuit sibi carissimum, et provinciam Siciliam atque Africam vestrae fidei commisit. At inimici eius vos incitant ut illum prodatis et me sine armorum vestrorum tutela relinquatis. Quid enim est illis optatius quam ut (che) uno tempore (avverbio), et me interficiatis et ipsi tanto scelere vos obstringant! Isti nefarii, qui omnium vestrum internecionem exoptant, quid gravius de vobis cogitant, nisi ut in eorum potestatem veniatis? Quot victorias Caesar in Hispania obtinuerit non audivistis? Quantas hostium copias ille deleverit ignoratis? Me, vero, ducem vestrum, quorum scelerum sontem accusatis? Quae nefaria ego contra vos, contra exercitum, contra Caesarem patravi? In utrorum manibus huius pugnae fortuna est? In vestris an in manibus hostium? Si me et Caesarem repudiatis, paratus ego sum me meapte manu interficere; si vero in armis spem totam et integram habetis, mecum sitis, milites, et fortuna nos adiuvet!" 

« Cesare ha sottoposto me, che ha sempre avuto come persona a lui carissima, e la provincia di Sicilia e l'Africa alla vostra fiducia. Ma i suoi avversari vi spingono a tradirlo e a lasciare me senza la protezione delle vostre armi. Che cosa infatti è preferibile per loro che in un sol momento uccidiate me e vi leghino ad un misfatto così grande ! Codesti scellerati, che si augurano la strage di tutti voi, che cosa di più grave pensano di voi se non che vi sottomettiate a loro ? non avete sentito quante vittorie Cesare abbia ottenuto in Spagna ? ignorate quante milizie nemiche egli abbia distrutto ? Di quali misfatti colpevole accusate me, vostro comandante ? Quali azioni scellerate ho compiuto io contro di voi, contro l'esercito, contro Cesare ? Nelle mani di quale delle due parti sta la sorte di questa battaglia ? Se rifiutate me e Cesare sono pronto ad uccidermi con le mie stesse mani ; se invece avente una speranza totale e intatta nelle armi, siate con me, soldati, e la sorte ci aiuti ! »

Non si confronta l'amicizia con l'utilità

 

Rutilius Rufus morum innocentia et animi constantia enituit et amicitiam honestissime coluit: non ita tamen ut leges violaret. Nam cum olim amicus quidam rem iniquam ab eo peteret, ipse constanter denegabat: nam facere non poterat quae (è un neutro plurale) amicus rogabat cum parum honesta, immo turpia et indecora essent. Tum amicus, ira plenus, sic Rutilium obiurgavit:"Quod a te peto constanter negas; cur contra me tali ratione agis? Quid me iuvat amicitia tua, si quod peto non facis?" Cui Rutilius:"Falsa affirmas; si honesta essent quae a me petivisti,illico concessissem. At tu inhonesta et indecora a me petivisti. Quod commodum ex amicitia tua percipiam, si propter te contra leges agam?"

 

Rufo (enituit) l'innocenza dei costumi e la costanza di animo e onorò l'amicizia assai onestamente: non così tuttavia da violare le leggi. Infatti chiedendogli un amico una cosa ingiusta, lui stesso costantemente negava: infatti non poteva fare quello che l'amico chiedeva essendo poco onesto, ma turpe e vergognoso. Allora l'amico, pieno di ira, così offese Rutilio: neghi costantemente quello che ti chiedo, perchè fa questo in tal modo contro di me? A che mi giova la tua amicizia se non fai quello che ti chiedo? A quello Rutilio: dici cose false, se fossero state oneste le cose che mi hai chiesto io le avrei certamente concesse. Ma tu mi hai chiesto cose disoneste e vergognose. Cosa riceverò di comodo dalla tua amicizia se a causa tua agirò contro le leggi?

Un prigioniero oggetto di curiosità

 

cum antigonus eumenem captum in custodiam dedisset et praefectus custodum quaesivisset quemadmodum eum servare deberet:"ut acerrimum leonem_iniquit-et ferocissimum elephantum". nondum enim statuerat utrum eum conservaret an interimeret. veniebant autem ad eumenem multa genera hominum: alii propter odium vetus ex eius casu voluptatem capere volebant: alii propter veterem amicitiam colloqui consolarique eum cupiebant; multi etiam cognoscere studebant qualis esset ille homo, quem magnopere timuerant, quem vultum haberet, quantae fortitudinis speciem in aspectu praeberet. at eumenes, cum diutius in v*****is esset, ait onomarcho, qui eius custodiae praeerat:"magnopere miror cur iam tertium diem(gia da 3 giorni) vinctus in custodia detinear nec victor statuat utrum interficiar an liberet". cui respondit onomarchus:"iniuria(a torto) quereris. si tam ferox(fiero) animo eras, cur non in porelio mortem oppetivisti ne in potestatem victoris venires?"

 

Avendo Antigono assegnato in custodia Eumene fatto prigioniero, e avendo chiesto il comandante della guardia in che modo voleva si sorvegliasse, egli disse: "Come un fortissimo leone o un ferocissimo elefante"; Antigono infatti non aveva ancora stabilito se conservarlo in vita o no. Si presentavano infatti da Eumene entrambi i generi di uomini, e coloro che, a causa dell'odio, volevano procurare godimento agli occhi per la sua sventura, e coloro che, per un'antica amicizia, desideravano parlare e confortare.. Ma Eumene, stando troppo a lungo in prigione, disse a Onomarco, in possesso del quale era il comando supremo del corpo di guardia, di trovare strano come già al terzo giorno fosse tenuto in quel modo: che infatti ciò non conveniva alla prudenza di Antigono; che comandasse che fosse ucciso o che facesse un mandato. Sembrando ad Onomarco che questo parlasse con troppa arroganza egli disse "Cosa? Se tu eri di codesto animo perché non uccidesti in battaglia piuttosto che venire in potere del nemico?". A questo Eumene: "Volesse il cielo che ciò appunto fosse avvenuto! Ma là non accadde, perché mai mi sono misurato con qualcuno più valoroso; infatti con nessuna arma io lottai, che egli da me si lasciasse vincere".

 

Grande, ma non saggio

 

Alexander ille, qui Magnus est appellatus, qui Persas et Hyrcanos et Indos fugavit atque subegit, regum quidem et infinitarum gentium victor evasit, non sui. Magnus igitur iure propter bellicam laudem atque res gestas vocari potest,sed nec beatus vixit nec sapiens. Non sapiens: nemo enim sapiens umquam exstitit qui continentiam et moderationem despiceret: quas virtutes Alexander in superbiam atque lasciviam vertit, Persicae vestis ornatum requirens et purpureum diadema quale Dareus habuerat; superbiam vero habitus insolentia animi sequebatur. At ne beatus quidem fuit: nam cum Clitum amicum interemisset, statim ut ira deferbuit, sceleris conscientia exagitatus, cum tanto dedecori nollet esse superstes, vix amicorum precibus est devictus ut sibi parceret atque cibum sumeret.

 

Alessandro, che è chiamato Magno, che mise in fuga i persiani e gli ircani e li sottomise, uscì vincitore dei re e dei popoli confinanti, non del suo. Può essere dunque giustamente definito grande per la lode bellica e le imprese ma non visse beato nè sapiente. Non infatti sapiente: nessun sapiente infatti mai (exstitit) che (despiceret) la moderazione e la continenza: Alessandro volse alla superbia e alla sregolatezza le virtù, (requiro) ornato di vesti persiane e con il diadema purpureo quale aveva avuto Dario, in vero seguiva la superbia con l'insolenza dell'animo. Ma non fu beato: infatti avendo ucciso l'amico Clito, subito (deferbuit) d'ira, esagitato per la consapevolezza del delitto, non volendo sopravvivere a tanto disonore, fu vinto dalle preghiere degli amici affinchè si risparmiasse e mangiasse.

 

I Predecessori di Alessandro

Cum Persarum rex megabyzum ad subigendam Thraciam misisset, hic ad amyntam, Macedonum regem, nuntios misit ut eum obsides in pignus futurae pacis poscerent. Quos rex benigne accepit, neque postea eum hoc paenituit. Nam Xerxem adeo sibi conciliavit ut, cum Graeciam velut tempestas occupasset, eum imperio totius regionis inter Olympum et Haemum montem donaverit. Per ordinem deinde successionis regnum Macedoniae ad alterum Amyntam pervenit. Hic quoque, insignis industria, omnibus imperatoriis officiis imbutus est. Ex Eurydice tres filios genuit: Alexandrum, Perdiccam et Philippum, qui Olympiadem uxorem duxit et pater Alexandri Magni fuit. Sed aegre insidias uxoris Eurydicis vitavit. Nam haec, cum generum suum adamaret, susceperat occidendum maritum et genero regnum tradendum. Filia tamen eum de paelicatu matris et sceleris consiliis docuit. Philippus autem, Thebis per triennium obses moratus, prima adulescentia litteris, philosophia et omnibus bonis artibus eruditus est in domo Epaminondae, summi et imperatori et philosophi.

 

Avendo il re dei Persiani inviato Megabizo per sottomettere la Tracia, questo mandò ad Aminta, re dei Macedoni, i legati affinchè gli chiedessero ostaggi in pegno della futura pace. Il re ricevette con benevolenza costoro, nè in seguito si pentì di ciò. Infatti si fece così amico di Serse che, avendo accupato la Grecia come una tempesta, gli donò il comando dell'intera regione tra l'Olimpo e il monte Emo. Poi per ordine di successione, il comando della Macedonia passò all'altro Aminta. Anche questo, insigne per operosità, fu istruito in tutti i doveri imperiali. Da Euridice generò tre figli: Alessandro, Perdicca e Filippo, il quale ebbe Olimpiade in moglie e fu il padre di Alessandro Magno. Ma a stento evitò gli agguati della moglie Euridice. Infatti questa, essendosi invaghita di suo genero, si era assunta il compito di uccidere il marito e passare il regno al genero. Tuttavia la figlia lo informò circa il concubinato della madre e gli scellerati propositi. Ma Filippo, avendo dimorato a Tebe per tre anni come un ostaggio, nella prima adolescenza fu istruito nelle lettere, nella filosofia e in tutte le nobili arti in casa di Epaminonda, sommo comandante e filosofo.

 

I Predecessori di Alessandro

Qui de felicitate Diogenis philosophi dubitant, iidem dubitente de deorum immortalium statu. Num parum beatam degunt vitam dii, qui nec praedia nec hortos habent, nec rura pretiosa, nec grande fenus? Respice, Lucili mi, mundum: nudos videbis deos, omnia dantes, nihil habentes. Diogenem tu putas pauerem an diis immortalibus similem, qui omnes divitias abdicavit? Feliciorem tu hominem putas quem non pudet locupletiorem esse Croeso? Paupertas decet sapientem. O beatum Diogenem! Olim eius servus unicus Manes fugit, nec illum reducere Diogenes curavit. <> Videtur mihi potius dixisse: <> 

 

Gli stessi che dubitano della felicità di Diogene, dubiteranno della condizione degli dei immortali. Forse gli dei che non hanno né proprietà né orti, né poderi costosi, né un grande capitale, trascorrono una vita poco beata? Guarda, mio Lucio, il mondo; vedrai gli dei nudi, che danno tutto e nulla hanno. Tu ritieni che Diogene povero, che ha rifiutato tutte le ricchezze, oppure simile agli dei immortali? Tu ritieni più felice l’uomo che non si vergogna d’essere più ricco di Creso? La povertà si addice al saggio. Oh, beato Diogene! Una volta il suo unico servo Manens fuggì e Diogene non si curò di ricondurlo indietro e di dire: ”E’ infame che un servo senza Diogene può vivere, Diogene senza un servo non può”. Mi sembra invece che abbia detto: “Conduci la tua parte, fortuna”. Oramai presso Diogene non conti più nulla; il mio servo fuggì, ma non mi curo di ciò, al contrario sono libero dal servo.

Ritratto di silla

 

Sulla gentis patriciae nobilis fuit, litteris Graecis ac Latinis iuxta, atque doctissime, eruditus; animo ingenti, cupidus voluptatum, sed gloriae cupidior; facundus, callidus, et amicitia facilis, multarum rerum ac maxime pecuniae largitor. Atque illi felicissimo omnium ante civilem victoriam, nunquam super industriam fortuna fuit; multique dubitavere, fortior an felicior esset: nam, postea quae fecerit, incertum habeo, pudeat magis, an pigeat disserere


Silla era (mettiamo l'imperfetto ma letteralemente sarebbe fu) un nobile della gente patrizia, molto erudito nelle lettere greche così come in quelle latine; dall'animo straordinario, bramoso di piacere ma ancor più desideroso di gloria; eloquente, furbo e affabile con gli amici, donatore di molte cose e in particolare di denaro. Prima della vittoria nella guerra civile fu il più fortunato degli uomini, ma la fortuna non fu mai superiore alla sua energia, sicché molti si sono chiesti se sia stato più valoroso o fortunato. Quanto a quello che fece in séguito non so se sia più vergognoso o ripugnante parlarne.