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da ora puoi anche visitare la nostra sezione telefilm in cui gustarti le migliori serie tv! buon divertimento!


LE VERSIONI DI LATINO (disposte a random) CL.2

Un conto è morire, un altro parlar di morte

 

Senex quidam, cum ad ultimam vitae aetatem pervenisset,miseria consumptus,in silvam olim venerat aridos arborum ramos collectum,ut ignem domi accenderet sibique paululum cibi coqueret.At carpendi et per silvam sine intermissione deambulandi labor,aspere senem defatigaverat;vesper iam adventabat atque ille,gravem sermentorum fascem humeris sustinens,domum lento gradu contendebat.Difficile iter erat,intolerabile ramorum pondus:et senex iam desperabat se domum perventurum esse.Consedit igitur in saxo cumque fascem deposuisset,ex imo pectore gemitus acerbos trahens,secum ipse vitae suae angores dolebat,miseriassenectutis aerumnas deplorans,mortem clara voce coepit(cominciò)invocare,ut ipsum omnibus malis liberaret.

Un vecchio, giunto ormai all'estremo periodo della sua vita, logorato dalla povertà, era arrivato una volta in un bosco, per raccogliere rami secchi di alberi,allo scopo di accendere un fuoco in casa e di cucinarsi un po' di cibo. Ma la fatica del raccogliere e del camminare senza interruzione attraverso il bosco aveva duramente affaticato il vecchio ; già si avvicinava la sera e quello, sostenendo sulle spalle una pesante fascina di rami secchi, a lento passo si dirigeva verso casa. Il cammino era arduo, intollerabile il peso dei rami : e ormai il vecchio disperava di tornare a casa. Si sedette dunque su un sasso e, dopo aver deposto la fascina, emettendo dolorosi lamenti dal profondo del suo petto, si doleva da solo dei dolori della sua vita, e, maledicendo gli infelici affanni della vecchiaia, cominciò ad invocare ad alta voce la morte perchè lo liberasse da tutti i mali

Un furto sacrilego sventato

 

Herculis templum est apud Agrigentinos, in quo aeneum simulacrum dei est, tam mirabili arte factum, ut nihil eo pulchrius in Sicilia inveniatur. Hoc tanta veneratione colitur ut mentum eius aliquantum adtritum sit, quia in precibus cives id osculari solent. Huius simulacri tam vehemens desiderium praetorem Verrem cepit ut satellites suos noctu miserit ut id raperent. Tunc clamor a custodibus fani tollitur. Verris servi valvas frangunt et demoliri signum et a vectibus labefactare conantur. Interea fama in urbe percrebrescit. Nemo Agrigentinus tam infirmus aetate aut viribus fuit, qui illa nocte de lecto non surrexerit et tela arripuerit ut signum defenderet. Omnes ad templum concurrunt et tam ingentem lapidationem faciunt ut Verris milites in fuga conversi sint. Duo tamen sigilla tollunt, ne omnino inanes ad dominum reverant.

c'è un tempio di Eracle presso gli abitanti di agrigento, nel quale c'è una statua bronzea del dio, fatta con così mirabile fattura, da mpm trovare nulla di più bello di esso in sicilia. Questa statua viene onorata con così grande ammirazione che il suo mento è alquanto (adtritum nn esiste), poichè nelle preghiere i cittadini sono soliti baciarlo. Un tanto impetuoso desiderio di questa satuta prese il pretore Verre che mandò di notte i suoi sgherri affinchè la rubassero. quindi un grido viene levato dalle guardie del tempio(è letterle al massimo, puoi mettere: allora i guardiani del tempio levano -o levarono, se usi il presente storico- un grido). gli schiavi di verre abbattono i battenti e si accingono a demolire la statua con sbarre e a fonderla (letteralmente: abbatterla). Intanto si diffonde una oce in città. nessun abitante di agrigento fu tanto debole per età o forze, che in quella notte non si alzò dal letto e afferrrò un'arma per difendere la stauta. tutti accorrono al tempio e mettono in atto un così ingente lancio di pietre che i soldati di verre sono volti alla fuga. tuttavia rubano due statuettte per non ritornare a casa dal padrone completamente a mani vuote.

Potere magico di un augure

 

Attus Navius,cum puer sues pasceret et unum ex grege amisisset,maestus erat,at di,quibus ob pietatem carissimus erat,divinandi artem ei concesserunt,qua,avium volatum observando,suem errantem facile recuperavit.Cum eius rei fama ad civium aures pervenisset,multi ad eum venerunt de futuris rebus consultum tanto cum studio,ut Priscus Tarquinius rex eum arcessiverit.Priscus,ut Navii artem tentaret,his verbis illum compellavit:"Ego nunc aliquid cogitabo; tu,Navi,mihi dices num illud accidere possit",Attus aves volantes paululum observavit;deinde dixit:"Quod tu,rex,cogitavisti certe accidere poterit". At rex:"Cogitavi te lapidem novacula rescissurum esse: id igitur perfice,Navi;nisi id perficeris,te augurem mendacem existimabo".Tum di Attum adiuverunt;ille enim,cum brevem precem recitavisset mentemque in caelum convertisset subsidia a deis petitum,et cum novaculam firma manu vultuque canstanti arripuisset,ante regis oculos,lapidem in duas partes divisit.

Attio Navio, il giovane pascolando (sues) e avendo perso una dal gregge, era triste e gli dei, ai quali era per pietà assai caro, gli concessero l'arte della divinazione. Essendo la sua fama giunta alle orecchie dei cittadini, molti vennero da lui per consultare il proprio futuro con tanto interesse che Tarquinio Prisco il re lo mandò a chiamare. Io non penserò niente, tu, Navio, mi dirai se possa accadere qualcosa. Atto osservò un po' gli uccelli che volavano poi disse: per il fatto, re, che hai pensato certamente potrà accadere qualcosa. Ma il re: ho pensato che tu potresti (rescissurum) (novacula) la pietra e convertendo la mente al ciello chiese aiuto agli dei e strappando con ferma mano e volto (novaculam) davanti agli occhi del re, divise in due parti la pietra.

 

Erigone e il cane di icaro sono trasformati in costellazione

 

Erigone, Icari filia, permota desiderio parentis, qui interfectus erat, cum eum non revertere videret, statuit eum quarere. Sed canis Icari, cui Maera fuerat nomen, ululans domini morte, venit ad Erigonen. Cui non minimam cogitatae mortis suspicionem ostendit; neque enim puella timida putabat patrem interfectum esse, quamquam tot dies ac menses aberat. At canis vestem eius tenens dentibus perduxit ad cadaver. Quod filia simul ac vidit, cum solitudine ac pauperie opprimeretur, in eadem arbore qua pater sepultus erat, suspendio sibi mortem conscivit. Nonnulli canem in puteum se deiecisse narrant, Anigrum nomine. Quorum casu Iuppiter motus, in astris corpora eorum deformavit. Itaque complures Erigonem Virginem nominaverunt; canem autem sua appellatione et specie Caniculam dixerunt.

Erigone, figlia di icaro, mossa dal desiderio del padre, che era stato ucciso, non vedendolo tornare, decise di cercarlo.
Ma il cane di Icaro, che si chiamava (lett: a cui era nome) Mera, ululando per la morte del padrone, arrivò da Erigone.
A quella non mostrò il minimo sospetto della morte inflitta; e la fanciulla timida non pensava che il padre era morto, sebbene mancava da tanti giorni e mesi.
ma il cane afferrando la sua veste coi denti, la condusse al cadavere.
Come la figlia lo vide, essendo oppressa da solitudine e povertà, si diede la morte per impiccagione. Molti narrano che il cane si sia ucciso (lanciandosi) in una buca.
Giove, commosso dal caso di questi, trasformò i loro corpi in astri.
Pertanto numerosissimi chiamarono Erigone Vergine; il cane invece per il suo nome e per la sua specie chiamarono Canicola.

La disfatta di Varo a Teodoburgo

 

Arminius, Cheruscorum princeps, virtute ac prudentia magnam auctoritatem inter suos obtinuit. Quia Germani iugum Romanorum moleste tolerabant, Arminius omnia temptavit ut patriam liberaret: dolum adhibuit ut libertatem impetraret. Nam Germaniam interiorem incitavit ut seditionem faceret et Varum, Romanorum ducem, in insidias induxit. Is enim cum tribus legionibus iter difficillimum suscepit ut defectionem domaret, sed, postquam in saltum Teutoburgiensem pervenit, ab arminio circumventus est. Magnum proelium exarsit: pugnatum est acriter, sed Germanorum numero superati Romani tandem victi sunt. Nec evadere potuerunt: nam longo itinere fatigati et paludibus circumdati fere omnes necati sunt; pauci tantum ad Rheni ripas confugerunt. Varus ipse, iam de salute desperans, mortem sibi conscivit. Augustus princeps, postquam cladis nuntium accepit, perturbatus est et, caput interdum foribus illidens, clamabat:"Quintili Vare, legiones midi redde".

 

Arminio, comandante dei Cherusci, ottenne tra i suoi grande autorià per virtù e prudenza. Poichè i Germani tolleravano malamente il giogo dei romani, Arminio tentò ogni cose per liberare la patria: escogitò un inganno per ottenere la libertà. Infatti incitò la Germania interna perchè si ribellasse e indusse in insidei Varo comandante dei romani. Egli infatti iniziò un difficilissimo viaggio con tre legioni per domare la rivolta, ma dopo che giunse al passo dei teutoburgi, fu circondato da Arminio. Arse un grande combattimento: si combattè strenuamente, ma i romani vennero vinti e superati dal numero dei germani. Non poterono evadere: infatti stanchi dal lungo viaggio e cocircondati da paludi vennero quasi tutti uccisi, pochi si rifugiarono alle rive del Reno. Varo stesso, già disperando della salvezza, si diede la morte. Augusto, dopo che seppe la notizia della disfatta, fu sconvolto e abbassando la testa gridò: Quintilio Varo, ridammi le legioni!

 

Il mito di laomedonte

 

Neptunus et Apollo cum Hera conspiraverant ut Iovi regnum adimerent. Illi deprehensi et ex Olympo pulsi ad urbem Troiam missi sunt ut Laomedonti regi servirent. Qui deos hospitio excepit et, postquam pretium iis promiserat, apollinem in montem Idam emisit ut boves pasceret, et Neptuno imperavit ut Troiae moenia extrueret. Perfecto opere duo di pretium petiverunt, sed Laomedon pactum negavit et verbis minarum plenis eos depulit. Neptunus, ut poena regem afficeret, tridente undas percussit et ex mari monstrum immane quod omnia vorabat excitavit; Apollo contra in collem urbi imminentem ascendit et arcu aureo sagittas iaciens, horribili pestilentia Troiam vastabat.

Nettuno e Apollo avevano cospirato con Era per togliere il regno a Giove. Sorpresi furono cacciati dall'Olimpo e mandati alla città (inserisci il nome della città perchè non si legge) per servire il re Laomedonte. Questo li ospitò e, dopo che fece l'accordo per la grazia dovuto, mandò Apollo sul monte Ida per pascolare i buoi, poi ordinò che Nettuno costruisse le mura di (inserisci la città). A lavoro ultimato i due dei chiesero il prezzo, Laomedonte rispose che lui non aveva promesso nulla, anzi li cacciò con parole piene di minacce Nettuno, per punire il re, percosse le onde con il tridente e uscì dal mare un mostro immane che divorava ogni cosa, Apollo al contrario salì sul colle che era imminente alla città e con l'arco d'oro gettando frecce, devastò (ancora il nome della città) con un orribile pestilenza. Il vate interrogato dal re lo ammonì che offrisse la figlia Esiona al mostro. Sebbene il padre fosse colpito da grande dolore, la vergine, condotta in catene, esposta sul lido del mare per essere divorata dal mostro marino.

Amara morte di alcibiade

 

Milites qui a Pharnabazo missi erant ut Alcibiadem interficerent, hunc ferro aggredi non sunt ausi ; cum ideo ligna circa casam, in qua quiescebat, noctu congessissent, ea succenderunt ut incendio necarent quem manu superari posse diffidebant. Alcibiades autem flammae sonitu excitatus, gladium non habens, familiaris sui telum arripuit ut se ipsum tutaretur; narrat enim Arcadem (agg.: arcade, dell’Arcadia) quendamfuisse cum eo hospitem. Hic Alcibiadem in eam casam secutus erat et vestimenta arripiens, quae ibi errant posita, in ignem coniecerat ut flammarum vim comprimeret; itaque per flammas Alcibiades atqueArcas hospes fuga salutem petere ausi sunt. At frustra pedum celeritati Alcibiades confisus erat; nam barbari, eum fugientem insecuti, telis eminus coniectis (abl. di mezzo) interfecerunt

 

I soldati che erano stati mandati da Farnabazo per uccidere Alcibiade, non osarono aggredirlo con la spada; avendo dunque accumulato legni intorno alla casa nella quale riposava, li accesero per uccidere con l'incendio colui che temevano potesse sopravvivere alla mano.. Tuttavia Alcibiade destato dal rumore della fiamma, non avendo la spada, prese il giavellotto di un suo amico per difendersi; narrano infatti che un certo arcade fosse ospite con lui. Costui aveva seguito Alcibiade in quella casa ed afferrando le vesti, che rano lì poste, si era gettato nel fuoco per soffocare la forza delle fiamme; così attraverso le fiamme Alcibiade e l'arcade ospite osarono cercare la salvezza con la fuga. Ma invano Alcibiade confidava nella celerità dei piedi; infatti i barbari, inseguito lui che scappava, da lontano lo uccisero lanciando frecce (lett. con frecce lanciate).


Pompeo si prepara a partire da brindisi

 

Pompeius, sive operibus Caesaris permotus, sive etiam quod ab initio Italia excedere constituerat, adventu navium profectionem parare incipit; et quo facilius impetum Caesaris tardaret, ne sub ipsa profectione milites oppidum irrumperent, portas obstruit, vicos plateasque inaedificat, fossas transversas viis perducit, atque ibi sudes stipitesque praeacutos defigit. Postquam milites silentio naves conscenderunt, in expedito loco actuaria navigia reliquit. Brundisini Pompeianorum militum iniuriis atque ipsius Pompeii contumeliis permoti, Caesaris rebus favebant. Itaque vulgo ex tectis profectionem Pompeii significabant. Caesar, postquam rem cognuvit, ne facultatem dimitteret, scalas paravit militesque armavit.

 

Pompeo, o scoraggiato dalle azioni di Cesare o perché sin da subito aveva deciso di lasciare l'Italia, all'arrivo delle navi incomincia a preparare la partenza e, per ritardare con più facilità l'attacco di Cesare, per evitare che i soldati, al momento stesso della partenza, facciano irruzione in città, fa murare le porte, fa ostruire con costruzioni le vie e le piazze, fa scavare fosse attraverso le vie e vi fa piantare pali e tronchi con la punta aguzza. Dopo che i soldati si furono imbarcati in silenzio, lascia in un posto di facile accesso imbarcazioni leggere e veloci.I Brindisini colpiti dalle offese dei soldati pompeiani e dalle ingiurie dello stesso Pompeo, erano favorevli alle vicende di Cesare. Così apertamente segnalavano dai tetti la partenza di Pompeo. Cesare, dopo che seppe la cosa, per non perdere l'occasione, preparò scale e armò i soldati.

 

Agguati nella guerra tra sciti e persiani

 

Cyrus, subacta Asia et universo Oriente in potestatem suam redacto, Scythis bellum movit. Erat Scytharum regina Tomyris, quae, non adventu hostium terria, eos flumen Oaxim transire permisit, sibi esse faciliorem pugnam intra terminos regni sui putans. Itaque Cyrus, traiectis copiis, cum aliquantum per Scythiam processisset, castra posuit. Deinde, simulato metu, refugiens, castra deseruit et vinum atque ea, quae epulis erant necessaria, relinquit. Cum id nuntiatum esset reginae, adulescentulum filium suum ut Persas insequeretur cum tertia parte copiarum misit. Adulescens, cum in castra Cyri deserta venisset, neglectis hostibus, cum suis militibus se vino et epulis dedit: sic pris ebrietate quam bello Scythe victi sunt. Nam Cyrus, his rebus cognitis, noctu reversus, eos ebrios oppressit omnesque cum reginae filio interfecit.

 

Ciro, sottomessa l'Asia e ridotto in suo potere tutto l'Oriente, muove guerra agli Sciti. In quel tempo era regina degli Sciti Tamiri che non si lasciò spaventare a guisa di donna dall'arrivo dei nemici e pur potendo impedire loro il passaggio del fiume Arasse, permise (lett.: non essendo stata spaventata... dall'arrivo dei nemici... permise...) che (lo) attraversassero, pensando che la battaglia (sarebbe stata) più facile per lei entro i confini del suo regno e che la fuga per i nemici (sarebbe stata) più difficile per l'ostacolo del fiume. E così Ciro, trasportate le truppe al di là (del fiume), dopo essere avanzato un po' nella Scizia, pose l'accampamento. Poi, il giorno dopo, simulata la paura, come se avesse abbandonato l’accampamento fuggendo, lasciò così gran quantità di vino e quelle cose che erano necessarie al banchetto. Essendo stato annunciato ciò alla regina, (ella) mandò (lett.: manda) il figlio giovinetto ad inseguirlo con la terza parte dell'esercito. Ma dopo che si giunse all'accampamento di Ciro, il giovinetto, inesperto di arte militare, come se fosse venuto ad un banchetto, non ad un combattimento, trascurati i nemici, permise ai barbari, che non erano abituati al vino, di ubriacarsene (lett.: di riempirsi di vino) e (così) gli Sciti furono vinti (lett.: sono vinti) più con l'ubriachezza che con la guerra. Infatti, saputo ciò, Ciro, ritornato durante la notte, (li) aggredisce ubriachi (com'erano) e uccide (lett.: uccise) tutti gli Sciti con il figlio della regina.